Babbo Natale, gli elfi e altre incredibili creature.

Non ricordo esattamente fino a quando ho creduto a Babbo Natale.
Ricordo l’attesa del giorno di Natale, e la gioia che con quell’attesa veniva contagiato tutto il mese di dicembre.

Ricordo i regali incartati sotto l’albero, la voglia di aprirli, i piccoli buchi che aprivamo nei pacchetti per cercare di capire cosa ci fosse dentro.
Ricordo le feste del periodo natalizio, le serate con i parenti, la tombola e i film in tv fino a tardi, ma non ho nessun ricordo legato al credere a Babbo Natale.

Mia madre mi parla spesso di una sera in cui, sveglio, in camera, mi chiedevo se Babbo Natale fosse in quel momento in casa e se andando nell’ingresso avrei corso il rischio di incontrarlo; per quanto portatore di giochi e quindi di felicità, l’immagine di un omone barbuto che si aggira per casa a tarda notte rimaneva comunque un po’ inquietante.

Io però no, nisba, non ricordo né di averci creduto né di aver scoperto che non esisteva.

Immagino sia una cosa positiva, insomma, niente trauma infantile, realizzare che erano tutte bugie, che non esisteva nessuno che sapeva se ero stato buono o cattivo.

Oltre Dio, s’intende (poi anche a lui ho smesso di credere, ma questa è un’altra storia).

Comunque sia, pur essendoci passato, non riesco a ricordare come fosse stato quel periodo, non riesco a ricordare cosa passi nella testa di un bambino in questo periodo, quali siano le cose a cui crede e quelle a cui finge di credere.

Però so che, almeno a quanto dice Cosimo, per lui è facile capire quando un Babbo Natale sia vero o finto.

Per esempio un paio di settimane fa al circolo di Narnali ce n’era uno palesemente finto.
Io non c’ero, non posso né confermare né smentire. Ieri sera però a scuola c’era il vero Babbo Natale, perché sulla borsa aveva disegnati alberi ed elfi.
Se devo essere onesto a me non sembrava molto credibile, ma è anche vero che l’ho visto da un po’ lontano. Magari da vicino…
Però l’ho sentito parlare: aveva una calata marcatamente pratese che non dava esattamente l’idea di Polo Nord, ma evidentemente a Cosimo, che ancora non ha le idee troppo chiare su quale sia l’accento diffuso al Polo Nord, è sembrato credibile.

Nonostante questo devo dire di essere abbastanza in difficoltà in questo periodo.

Mi riesce sempre parecchio difficile dirgli cose non vere, anche se questa balla di Babbo Natale viene tramandata di generazione in generazione e serve a nutrire la fantasia del bambino, oltre che renderlo felice. Insomma, è tradizione.

Quindi ok, ho studiato la mia parte, dimora di Babbo Natale, mezzo di trasporto, abitudini alimentari e tutto il resto.

La sera della vigilia lasciamo un po’ di biscotti vicino al camino e la mattina troviamo le briciole.

Non fa una piega.

Bisogna però stare attenti, le domande a bruciapelo sono sempre in agguato.

“Ma nelle case che non hanno un camino come fa ad entrare?”

“Entra dalla finestra. Preferisce i camini, ma riesce comunque anche ad aprire le finestre. Anche se penso che gliene lascino una accostata.”

Basta non mostrare esitazione, ma senza troppa enfasi. Sono cose risapute, vanno dette con naturalezza, come se ti chiedessero informazioni su un treno.

“Scusi, questo ferma al Serraglio?”

“No, questo è il regionale veloce, ferma solo in Centrale.”

“Ah, grazie!”

E comunque riesce più facile raccontare frottole a chi vuole credere a quello che dici e sta solo cercando rassicurazione.

Ovviamente prima c’è la lettera.

Noi abbiamo scritto la lettera a Babbo Natale, la nostra.
Una richiesta sola, senza strafare.

Poi i nonni e anche qualche zio hanno scritto la loro, anche loro chiedendo regali per Cosimo.

Se le richieste arrivano da più persone non si dà nell’occhio.

Questa è la trama base, un gioco da ragazzi.

Ma a noi piace compliarci la vita.

Per questo motivo nella notte fra il trenta novembre e il primo dicembre degli elfi vengono a portare dei calzini che servono ad indicare quanti giorni mancano a Natale.

A dirla tutta negli anni passati questa cosa dei calzini era passata un po’ così, senza troppe spiegazioni; un giorno sono apparsi i calzini, si sapeva che se ne poteva prendere uno al giorno e che quando erano finiti significava essere arrivati a Natale.

Chi avesse appeso e riempito i calzini era un fatto secondario.

Davo per scontato che fosse chiaro che i calzini li mettevamo io e la mamma.

Non ero preparato a trame secondarie.

Proprio per questo motivo verso la fine di novembre, affrontando l’argomento:

“Li mette la mamma.”

La mamma scuote la testa e candidamente mi spiega:

“No, i calzini li mettono gli elfi!”

Gli elfi? Quando? Cioè, questa parte di copione da dove è saltata fuori?
Ma se li abbiamo soltanto noi. Come mai solo noi? E agli altri bambini non li portano?
E se Cosimo parlandone a scuola scoprisse che nessuno dei suoi compagni ha ricevuto calzini dagli elfi, cosa penserà? Potrebbe scoprire l’inganno.
Facciamo parte di un progetto sperimentale?

Qualche manciata di secondo per farmi attraversare la mente da una serie di domande più o meno sensate e vedo Cosimo rabbuiarsi, abbassare la testa e increspare il mento in quello che è un chiaro preavviso di pianto.

“Non è vero non li mettete voi. Voi non sapete cosa c’è nei calzini!”

E inizia a piangere.

A dire il vero sì: perlopiù sono Gormiti; davanti all’edicola in piazza S.Ambrogio ci ho fatto il viottolo.

Ma questo non lo posso dire, quindi a malincuore vesto la mia faccia sorpresa e innocente e vado in scena:

“Ah! Cioè, io credevo che li mettesse la mamma. So che non li metto io, perché li trovo la mattina del primo dicembre così come li trovi te, ma pensavo li mettesse la mamma.”

“Mamma, ma non li metti te i calzini?”

Mamma: “No-o, li mettono gli elfi”.

“Ah, ecco. Non lo sapevo. Nessuno me lo aveva mai detto.”

Dramma sfiorato.

Quindi, ricapitolando: verso la fine di novembre mandiamo la letterina a Babbo Natale al Polo Nord, il trenta novembre gli elfi ci appendono ventiquattro calzini contenenti delle piccole sorprese per rendere meno difficile l’attesa del Natale.

Il ventiquattro mattina prendiamo l’ultimo calzino, la sera del ventiquattro lasciamo tre o quattro biscotti vicino al camino (non di più ché il buon vecchio Babbo Natale è già sovrappeso e non vorremmo mai che rimanesse incastrato nella canna fumaria) e la mattina successiva ci svegliamo all’alba per vedere se è riuscito a trovare quello che gli abbiamo chiesto (per evitare ulteriori delusioni abbiamo smesso di chiedere George Sanderson o il toro di Shaun the sheep).

Tutto semplice. Ce la posso fare.

La renna di testa si chiama Rudolph e ha il naso rosso che si illumina e con quello guida Babbo Natale nella notte.

Sono preparatissimo.

Ma è troppo semplice.

Da questo anno, assieme ai calzini è apparso anche un elfo.

Già.

Non ditelo a me. Io sono una vittima.

Comunque sia questo elfo (googlate “elf on the shelf”) è apparso assieme ai calzini e rimane in casa con noi fino alla notte del ventiquattro.

E fin qui sarebbe facile.

Ogni notte va in giro per la casa e ogni mattina lo troviamo in una stanza e in un posto diverso.

Già (numero due).

Il rito delle mattine di dicembre (fino al venticinque) è composto da due momenti fondamentali: apertura del calzino e ricerca dell’elfo.

L’elfo è magico e non può essere toccato o spostato, altrimenti perde la sua magia.

Probabilmente un po’ di questa magia rimane attaccata a chi lo tocca e rischia di trovarsi arrampicato per la casa. Non so, sto inventando (ad un certo punto queste cose ti prendono la mano), fatto sta che l’elfo non può essere spostato quindi occorre fare attenzione a non piazzare l’elfo davanti a porte o oggetti che sapete di dover utilizzare!

Una mattina l’abbiamo beccato a leggere dei libri.

Davvero.

La mattina aveva per le mani un libro.

La sera ne aveva un altro.

Davvero (numero due).

Lo so, per essere uno a cui non piace mentire metto in scena un bel po’ di storie.

Ma il fatto è che ad un certo punto non sono così sicuro di capire chi stia mentendo a chi.

Per esempio non ho ancora capito se Cosimo creda veramente a questa storia dell’elfo (che fra tutte le storie di Natale è la cintura nera delle frottole) o se l’abbia preso come gioco o se addirittura stia al gioco per assecondarci e non ferirci, pensando di avere due genitori che credono che un elfo di pezza possa muoversi da solo.

Chissà, però ogni mattina ci chiama per farci vedere dove è andato a cacciarsi l’elfo e noi ci fingiamo stupiti nel vedere dove sia.

Magari fingiamo tutti, pure l’elfo, che è segretamente vero e fa solo finta di essere di pezza.

Chissà.

Una cosa però la so: prima o poi l’incredulità svolgerà il suo compito e i grassi uomini barbuti e gli elfi che si muovono furtivi di notte nelle case perderanno il loro fascino, togliendo al Natale un po’ della sua magia.

Ma per ora mi gusto la luce che si accede negli occhi di Cosimo quando cerca l’elfo, quando parla di Babbo Natale e le renne, quando se li immagina e li disegna, e mentre lo fa intravedo, riflesso in quel bagliore, scorci di un mondo fantastico che chissà dove, chissà come, ho finito per scordare.

E per qualche istante quel mondo torna vero anche per me.

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