“Il nuoto fa bene”, “il nuoto irrobustisce”, tutti da piccoli, almeno per un po’, hanno fatto nuoto.
Chi eravamo noi per interrompere questa tradizione?
Fu così che più o meno quattro anni fa decidemmo di portare un Piccolo Tiranno di tre mesi e mezzo a sguazzare nella piscina di San Giusto (meglio nota come “La Gescal”) e cominciare il corso di acquaticità (/ac·qua·ti·ci·tà/ sostantivo femminile. La disposizione di un individuo a trovarsi più o meno a suo agio nell’acqua. Fonte: Google).
In acqua la mattina ad aspettarci c’era sempre la Tuna. All’inizio mi spiegò come tenere Cosimo e poi, con lui più grande, si dimostrò sempre pronta a giocare, a fare guerra di schizzi e poi sommergibili e aeroplani, capace di inventare nuovi modi per farci giocare con l’acqua, perfino di farci correre sull’acqua come su di un buffo tappeto, senza perdere mai il suo buonumore, nemmeno nelle mattine in cui si era entrati in vasca con il piede sbagliato e ad accoglierla la aspettava un cordiale “No! No! Vai via!” o quando al suo tentativo di separare Cosimo da me cominciavano pianti disperati.
Sabato dopo sabato questa massa liquida dalle sfumature bluastre è diventata, tuffo dopo tuffo, scivolo dopo scivolo, ma anche bevuta dopo bevuta, uno dei nostri luoghi preferiti, un posto di giochi e di divertimento dove rilassarsi dopo l’impegnativa settimana di lavoro e asilo.
Ricordo l’incertezza nelle mie mani mentre guidavo i suoi primi irregolari sgambettii. Poi i movimenti di Cosimo diventavano di volta in volta sempre più sicuri, e allora anche io mi rilassavo: mi trovavo ad essere il compagno di giochi, la spinta che accompagnava le sue prime bracciate, lo scoglio rassicurante a cui aggrapparsi dopo un tuffo, un’immersione, le braccia che lo sollevavano quando si doveva tossire dopo una bevuta.
Nell’acqua le braccia di Cosimo, da paffutelle che erano, si sono fatte più affusolate, hanno scoperto la rassicurante stretta dei braccioli, per poi perderla poco dopo, trovando al suo posto la soddisfazione nel tornare a galla da solo, con le propria forza, il piacere di riemergere dopo un tuffo, guadagnando la superficie, battere i piedi fino a raggiungere il bordo della vasca, salirci sopra e tuffarsi di nuovo.
Adesso il sabato mattina lui è sempre lì, in quella casca, a tuffarsi, ad immergersi e a giocare con quell’acqua che è adesso un perfetto compagno di giochi. Lui, l’acqua, gli altri bambini e le nuove maestre.
La Tuna c’è sempre, anche lei in vasca ma un po’ più in là, fra le palline colorate, le moto galleggianti e l’isola fatta a forma di stella sorridente. Adesso è tempo che con i suoi scherzi accolga dei nuovi piccoletti proprio come accolse noi. Piccoletti fortunati, come lo siamo stati noi.
Ed in acqua non ci sono più neppure io. Adesso da sopra la panchina seguo i progressi di Cosimo, ma un po’ più distrattamente. Faccio scorrere sul cellulare testi e immagini che faccio finta di guardare. Sorrido ai suoi sguardi che di tanto in tanto ancora mi rivolge, facendomi ancora complice, a distanza, dei suoi giochi. Io lo guardo a mia volta.il mio sorriso riflette il suo. Gli mostro il pollice rivolto verso l’alto e intanto cullo con affettuosa nostalgia il ricordo delle mattine in cui eravamo solo lui, io e l’acqua, e l’acqua era ancora sconosciuta e faceva un po’ paura, ma io ero lì con lui e lui era lì con me, e allora la paura passava.
