​Le cose che mio figlio non mi dice.

Le prime volte non ci fai troppo caso. O meglio, la prima volta sì, ci fai caso, ed è molto evidente: tuo figlio parla nell’orecchio di un’altra persona, tu gli chiedi cosa gli stia dicendo e lui ti risponde che è un segreto.

Ci rimani un po’ così, ti dici che è solo una sciocchezza, una piccola cosa, chissà mai cosa possa avergli detto.
Ma intanto tuo figlio ha detto qualcosa a qualcun altro che non eri te. Con molta probabilità non saprai mai di che cosa si tratti. Immagini sia una piccola cosa, a quattro anni si parla di piccole cose, di cosa vuoi che parli, te lo ripeti due o tre volte e non ci pensi più.
Cerchi di non pensarci, il tran tran quotidiano riprende e ti scordi la cosa.
Fino a quando non accade nuovamente. E poi ancora.

Accade altre quattro, cinque, sei volte. Ecco, a questo punto veramente inizi a farci meno caso.

C’è una cosa sui segreti che mi spiegò un’amica psicologa: l’individuo inizia a prendere coscienza di sé, della propria individualità distinta dai genitori quando inizia ad avere dei segreti: pensieri o esperienze solo sue che non condivide con i genitori.

Wow, certo, giustissimo, super, alla stra-grande-grande.

No, un attimo, credo di essermi distratto, puoi ripetere? Guarda che mio figlio ha quattro anni. Che bisogno c’è di avere segreti a questa età?
Ma evidentemente una necessità c’è, ed è già presente il bisogno di qualcosa di solo suo che preferisce non condividere con te.

Ah, ecco. Bene. No, insomma, io avrei aspettato, ma pace.

Per qualche motivo che intuisco solo parzialmente inizia a germogliare dentro di me la sensazione che l’adolescenza sarà un incubo. Meglio far finta di non pensarci.

Intanto inizia un nuovo anno scolastico, Cosimo è un po’ più grandicello, va nell’aula del secondo anno di asilo.
Tanti saluti al riposino dopo pranzo.
Era solo un’oretta, ma a fine serata, nel bilancio della giornata faceva comodo.
La giornata adesso è un po’ più pesante. La sera inizia ad essere complicato portare avanti la chiacchierata che (in genere) facciamo a tavola durante la cena:

“Com’è andata all’asilo oggi?”.
“Non me lo ricordo.”
“Dai, su, come non te lo ricordi?”
“Uffa, non ho voglia. Sono stanco!”

Wow.

Il Piccolo Tiranno e le prime avvisaglie di adolescenza. Con dieci anni di anticipo.

Del resto è effettivamente stanco. A volte si regge la testa sul tavolo. Ha più sonno che fame. Cerco di non stressarlo con le domande.

Mi dico che ne parleremo più tardi, o magari il giorno dopo. Ma poi non accade, e così, senza troppo clamore, mi sono perso perso una giornata di vita di mio figlio.
Cosa avrà fatto? Sarà successo qualcosa di brutto? Come mai non ne vuol parlare?

Non lo saprai mai.

All’asilo è inutile chiedere: la risposta di rito è “tutto bene”.

Due maestre per ventotto bambini, che poi, durante i giochi in giardino diventano sei maestre per circa ottanta bambini: se la giornata finisce senza emorragie o fratture esposte è andato tutto bene.

Così quando esce di classe con una sbucciatura sulla fronte e un bernoccolo sulla fronte, anche allora “tutto bene”.

“Scusi, ma questo?”
“Ehm. Boh? Non ci siamo accorti di niente.”
“Capito. Grazie lo stesso.”

Poi con calma, a spizzichi e bocconi, ti racconta qualcosa, quello che gli va di condividere con te: il bernoccolo se l’è fatto battendo una capocciata contro un corrimano in ferro. Il graffio, sopra il bernoccolo, pare sia dovuto ad un tuffando nell’erba.

Non è chiaro se prima o dopo la capocciata. La ricostruzione dei fatti fa un po’ acqua, ma decidi di accettarla, decidi di non approfondire: potresti rivedere anche quei pochi fatti che sembrano verosimili.

Ti dice che ha pianto. Ti dice che Lapo era dispiaciuto perché pensava fosse colpa sua, ma che invece non lo era.
Ti dice che l’Aurora era così arrabbiata con quel corrimano in ferro che avrebbe voluto ammazzarlo.

Quando te lo dice è meno stanco e gli occhi gli si illuminano un po’. Ti viene da sorridere e non te ne accorgi neppure.

Il tutto sarà durato si e no cinque minuti. All’asilo c’è stato sei ore.
Cosa abbia fatto nel resto del tempo non ti è dato saperlo, è una cosa sua.

Ti scoccia ammetterlo ma è giusto che sia così. Lui è una parte importante di te, probabilmente la parte più importante, ma è anche se stesso, ha la sua vita, che in parte condivide con te ma che è sua e sua soltanto.

Intanto gli hai messo il pigiama, poi si laviamo i denti e a letto.

Sarà sempre più così. Ci saranno molte cose di quelle che gli accadono che non saprai, che non riuscirai a sapere.

Saprai quello che lui vorrà condividere con te.
Accetti con un po’ di malinconia di perdere giorno dopo giorno parti, forse anche importanti, della sua vita e custodirai, con la cura che si deve alle cose preziose, quello che lui sceglierà di condividere con te.


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