Risvegliarsi a Genova

Giorno della partenza.

Abbiamo puntato la sveglia abbastanza tardi, verso le sette e mezzo.
Non c’è fretta di arrivare, abbiamo tutto il tempo che vogliamo.
Ci alziamo con calma, anche se c’è già un po’ d’ansia e allora non facciamo così piano e con calma come vorremmo.

Tempo di fare colazione, vestirci, dare da mangiare a Nemo, il pesce, e ai gatti, di salutare i nonni e siamo in viaggio.

Dopo undici volte la strada ormai l’ho imparata, ma metto ugualmente il navigatore, così posso non farci attenzione e chiacchierare o ascoltare la radio.

Il viaggio fila liscio, senza troppo traffico.

Cosimo è un passeggero generalmente tranquillo, ma più o meno a metà strada inizia ad essere un po’ annoiato così decidiamo di fargli vedere “Toy Story 3” sul tablet. Verso la metà del film siamo arrivati in città.

È la terza volta che prendiamo la camera in via Buozzi, adesso i vari grovigli di strade per arrivarci mi sono abbastanza familiari.

Siamo fortunati troviamo posto a una ventina di metri dal B&B.

Saliamo, salutiamo la proprietaria, le diciamo che abbiamo ancora la macchina fotografica giocattolo che ci regalò due anni prima, poi ci mettiamo in tenuta da turista e scendiamo nuovamente in strada.

La mente di tanto in tanto torna a quello che ci attende domani, ma oggi è oggi e cerchiamo di non pensarci.

Il tempo cerca di farci i dispetti ma siamo preparati e la pioggia ci rallenta solo un pochino.

È praticamente l’ora di pranzo, decidiamo di mangiare qualcosa.
Ci imbattiamo nella trattoria “Le Maschere”.
Sembra invitante, così ci fermiamo per un pranzetto tipico: pansotti in salsa di noci, trofie al pesto e frittura mista.

La trattoria è un po’ spartana ma la pasta e il pesce sono freschi, si mangia bene.

Nel frattempo la pioggia sembra passata e allora ci dedichiamo alla prima tappa obbligata: l’acquario.

Cosimo supera abbondantemente il metro e quindi tanti saluti ai vecchi cari ingressi omaggio.

C’è comunque uno sconto, meglio di niente.

È lunedì ma ci sono diverse comitive, procediamo con calma per non restare nella calca dei gruppi.

Hanno riaperto la vasca con i piragna, provo a fargli ancora un po’ di foto, ma non me ne viene bene una.

Nel frattempo abbiamo trovato la vasca dei lamantini e “Pansotto”.
Spendiamo un po’ di tempo a guardarlo: è una delle attrazioni, diverse persone si fermano a fotografarlo.

Proseguiamo verso la vasca delle foche. Una di loro dovrebbe essere “pesto”, ma non riusciamo a capire quale. Scegliamo quella che sembra la più piccola e di comune accordo ci diciamo che quella è “pesto”, ma il dubbio rimane e per questo non spendiamo per lui lo stesso tempo che abbiamo speso per il piccolo lamantino.

Seguiamo il percorso. Lo conosciamo a memoria, ma i nostri beniamini li rivediamo sempre volentieri: gli squali, i vari rettili fra cui l’immancabile pitone delle rocce indiano (preferibilmente albino), i pesci chirurgo blu (la razza di Dory), l’immobile caimano (ma le prime volte non erano due? l’altro che fine avrà fatto?) e per finire le vasche che preferisco: quelle con le meduse.
Scatto centinaia di foto. Tutte uguali. Nessuna pienamente soddisfacente.

Lungo il percorso abbiamo fatto a tempo a prendere una versione peluche di “Pansotto” e anche un magnete per la nostra collezione (nonostante l’attenzione spesa nella scelta, alla fine siamo riusciti a comprare uno dei magneti rotti).

Il giro si è concluso e ormai siamo giunti a pomeriggio inoltrato.

Il viaggio si sta iniziando a far sentire e così decidiamo di incamminarci senza fretta verso il B&B. Intanto il Sole scompare definitivamente dietro alle nuvole.
Sulla via di ritorno Cosimo si addormenta. Lo lasciamo riposare un’oretta, poi lo svegliamo ed entriamo in un bar giusto per il tempo di un gelato e un camparino.

Saliamo un’oretta in camera per rilassarci un po’ e fare un paio di giochi.
È già ora di cena.

Vicino al B&B dallo scorso anno sono scomparse un paio di pizzerie. Proviamo a scegliere quella migliore, ma con scarsi risultati: le pizze da parrocchia e il dolce da banco frigo ci spingono velocemente verso la camera.

Cerchiamo di bere e di far bere Cosimo il più possibile prima di addormentarlo.
Domattina per l’anestesia generale deve essere a digiuno così per solidarietà abbiamo deciso di rimanere a digiuno anche noi.

Per fortuna non è caldo come lo scorso anno, così è più facile resistere alla tentazione di bere.
Comunque per sicurezza togliamo di mezzo le bottiglie d’acqua.

Prima di chiudere gli occhi controllo la strada e i tempi su google, imposto le sveglie e cerco di dormire.

Il letto nuovo e affollato e i rumori della strada non aiutano a mantenere un sonno profondo.

Quando sento la prima sveglia la stavo già aspettando da qualche minuto.

Risveglio uno. Camera del B&B.

Di solito aspetto la seconda sveglia prima di alzarmi, ma era già da un po’ che cercavo senza successo di dormire, allora preferisco guadagnare tempo e prepararmi.

Quando anche Corinna inizia a cambiarsi svegliamo Cosimo, lo prepariamo e scendiamo in strada.

È un po’ serio in faccia, un po’ perché è presto e ha sonno, un po’ perché sa quello che lo attende e ha un po’ di paura.

Alle sette di mattina per le strade di Genova c’è già traffico, ma non abbastanza per rallentarci e arriviamo al Gaslini un quarto d’ora prima dell’appuntamento.

Il parcheggio esterno è circondato da un nastro bianco e rosso. Sembra quasi che sia successo qualcosa di brutto, poi sul nastro leggo “polizia municipale” e deduco che non sia niente di troppo grave. Nel parcheggio più distante scorgo cinque o sei macchine dei carabinieri e mi sembra una cosa un po’ anomala, ma ho altri pensieri in testa.

Schiaccio il pulsante, prendo il bigliettino e passo sotto la sbarra alla ricerca di un parcheggio.

Non siamo mai arrivati così presto, forse riusciremo perfino a trovare posto al “-1”, ma dopo un paio di giri mi rendo conto di star perdendo tempo inutilmente e allora mi dirigo al “-2”.
Il piano è quasi vuoto. Riesco a perdere qualche minuto anche a causa della troppa scelta di posti, ma continuiamo ad essere in anticipo: quando arriviamo all’accettazione del secondo piano sono ancora le sette e venticinque e le impiegate non sono ancora arrivate.

Un po’ per sapere quando è il mio turno, un po’ per allontanare il silenzio e la tensione chiedo “chi è l’ultimo?”. Me lo dicono, aspettiamo ancora qualche minuto. Due bambine, incalzate dalle madri, cercano timidamente di fare amicizia. Chiediamo a Cosimo se vuole andare anche lui a parlare con loro, ma non ha voglia. Non insistiamo.

Arriva la prima impiegata e lentamente e svogliatamente ci mettiamo in coda.

Mentre si forma la fila Cosimo e Corinna sono andati nella sala d’aspetto a vedere “Curioso come George”.

La signora dietro di me è con una bambina che avrà un paio di anni più di Cosimo.
La piccola ha un angioma intorno a l’occhio sinistro. Le chiedo se le piace “Curioso come George”, mi risponde di sì e allora le dico che lo stanno facendo vedere nella sala d’aspetto.
La madre la incoraggia ad andare e allora lei raggiunge Cosimo e Corinna saltellando.

Arriva una seconda impiegata.
Ci mette un po’ ad iniziare a lavorare, racconta di strade bloccate e della difficoltà nel raggiungere l’ospedale. Penso ad un incidente, ad un cantiere. Comunque la cosa non mi interessa troppo.
La prima impiegata riempie dei moduli e mi fa mettere un paio di firme. Corinna mi raggiunge, firma anche lei, poi raggiungiamo Cosimo in sala d’aspetto.

Mentre aspettiamo la prima visita facciamo amicizia con la mamma che era in fila dietro di me e con la bambina che ha l’angioma intorno a l’occhio sinistro. Loro sono di Pistoia. Ci raccontiamo le nostre esperienze ospedaliere.

Dopo una decina di minuti ci chiamano nella stanza cinque per la prima chiacchierata.

Corinna risponde alle domande, mentre io sto vicino a Cosimo mentre lo misurano e lo pesano e gli mettono il braccialetto di riconoscimento.

Lo scorso anno abbiamo imparato che al day hospital occorre portare un pigiama e che il digiuno, che comprende anche il bere acqua, parte dalla sera precedente e non dalla mattina presto.

Questa volta abbiamo imparato che la sera prima del day hospital Cosimo deve fare la doccia.

Sarebbe molto più semplice se quando ci chiamano per confermare la data dell’appuntamento ci facessero un breve riassunto di tutto quello che dobbiamo fare e sapere, ma si vede che preferiscono lasciarci qualche sorpresa per la mattina stessa.

Chissà cosa impareremo il prossimo anno.

Torniamo in sala d’aspetto per qualche minuto, facciamo qualche altra chiacchiera con Sabrina (nome di fantasia), la bambina con l’angioma vicino all’occhio sinistro, e con i suoi genitori.
Passa un’altra ventina di minuti e ci chiamano per il colloquio con la dottoressa, stanza trentasette.

La dottoressa e la sua aiutante sono cortesi e gentili, ma Cosimo non le degna di un suono.
In compenso la dottoressa ci racconta tutta la vita ospedaliera di Cosimo da prima del parto ad oggi. Ci chiede se secondo noi ci sono stati dei miglioramenti e come era andata la scorsa seduta. Le dico che dei miglioramenti ci sono stati, anche se soprattutto sul braccio, che era stato colpito pesantemente e che si era coperto di un grande livido che gli aveva fatto male per qualche giorno.

Ci chiede se sono mai state fatte applicazioni laser sulla mano e le diciamo di no, ma che comunque ci va bene così, ché la mano la vogliamo tenere rossa con la farfallina bianca (perché Cosimo è quello con la mano destra rossa con la farfallina bianca e se la mano diventa tutta bianca poi non lo si riconosce più, ma questa ultima parte fra parentesi ce la teniamo per noi).

Comunque sia poi alla fine questa cosa della mano la dottoressa non l’ha registrata o forse credeva si scherzasse.

La dottoressa ci saluta e ci rimanda nella stanza cinque.

Cosimo sussurra qualcosa che somiglia ad un “ciao”.

Adesso c’è una fase un po’ confusa in cui rimbalziamo fra secondo e terzo piano in attesa di parlare con l’anestesista.

Ci promettono di una famigerata stanza rossa (red room? :O) che ci avrebbero assegnato, ma poi alla fine in quella stanza nessuno ci accompagna.

Dopo un’ora di attese e spostamenti veniamo ricevuti da un’infermiera (nella stanza dell’anestesista, stanza tre al terzo piano) solo per sentirci dire che siamo attesi con urgenza al secondo piano.

Ah, ecco.

Arrivati al secondo piano, nuovamente stanza cinque, ci comunicano che la sala operatoria è pronta e che è venuto il momento dell’intervento.

Ah, ecco di nuovo.

Nello zaino la sorpresa numero uno attendeva un momento di tranquillità che non è mai arrivato per poter uscire fuori. Adesso non c’è più tempo.

Lasciamo qualcosa in stanza, mettiamo il pigiama a Cosimo e ci facciamo condurre alle sale operatorie.

L’infermiere che ci accompagna ci rivela il perché dei problemi di traffico e dello spiegamento di forze dell’ordine al nostro arrivo: pare che il Presidente Mattarella, probabilmente stanco di attendere inutilmente un nuovo Capo del Governo, abbia deciso di venire a fare un salto al Gaslini.

Noi non riusciremo a vederlo perché passerà dal nostro reparto mentre saremo alle sale operatorie, ma mentre ci stavamo spostando questo non lo sapevamo e comunque A, non avevamo molta scelta, B, avevamo altri pensieri in testa.

Dopo una serie di corridoi e un paio di cambi di ascensore, oltre all’ansia che sta crescendo esponenzialmente, siamo ufficialmente disorientati, ma arrivati alle sale operatorie riconosciamo il reparto e sappiamo che siamo giunti a destinazione.

Saluto Cosimo e Corinna che lo accompagna dentro fino a sedazione avvenuta.

Io mi dirigo verso la sala d’attesa davanti al bar.

Vedere cappuccini, caffè e paste fa vacillare il mio voto di fare digiuno assieme a Cosimo. Mi basterebbe anche solo un sorso d’acqua.

Ma in qualche modo riesco a resistere.

In sala d’attesa trovo il babbo di Sabrina. Ci salutiamo. Gli spiego un po’ come era andata l’anno prima e più o meno quanto ci sarà da aspettare. Parliamo ancora dei nostri figli, poi del lavoro, di Genova, di Pistoia e di Prato. Nello zaino con me ho un libro, un quaderno per scrivere e un quaderno per disegnare. Nei primi minuti della chiacchierata cerco di decidere cosa fare, poi la chiacchierata si prolunga e capisco che non avrei fatto altro.
Continuo a chiacchierare e cerco di distrarmi.

Dopo una ventina di minuti Corinna mi comunica che Cosimo sta dormendo e che lei aspetta lì che l’intervento (ovvero il trattamento laser all’angioma) sia finito, tanto dovrebbe durare poco.

Un’altra ventina di minuti e mi fa sapere che il trattamento è concluso e che posso raggiungerla per aspettare che Cosimo si svegli, tanto dovrebbe farlo di lì a poco.

Raccolgo le mie cose, saluto il padre di Sabrina e raggiungo le sale operatorie.
In realtà l’attesa si prolunga abbastanza. Mi sento un po’ d’impaccio davanti alla porta della sala operatoria, mentre ostruisco il passaggio dei numerosi infermieri e lettini.
Colgo qualche conversazione su ascensori guasti e difettosi e su infermieri rimasti chiusi dentro.
Ma di tutto questo Mattarella non verrà a conoscenza.

Oltre le due porte tagliafuoco, fra le varie voci mi sembra di sentire quella di Cosimo e di qualche infermiere con tono calmo e rassicurante.

Quando vedo entrare nella sala una lettiga vuota capisco che Cosimo è sveglio.

Risveglio due. Sala operatoria del Gaslini.

Quando esce dalla sala sembra un po’ assonnato ma tutto sommato tranquillo.
Cerco di avvicinarmi, di fargli due coccole e allora si acciglia, mi manda via e dice che vuole la mamma.

Forse non è poi così tranquillo.

Inizia a lamentarsi e a fare un po’ di bizze.
Corinna gli sta vicino tutto il tempo, cerca di mantenerlo calmo. Io mi sento un po’ inutile.
Cosimo continua a dire che non mi vuole.
Faccio qualche battuta per cercare di farlo ridere, ma con scarsi risultati.

Riesco a rendermi utile solo quando devo spostare Cosimo dalla lettiga al lettino della stanza rossa che nel frattempo abbiamo raggiunto.

Cosimo è ancora confuso e nervoso. Ha freddo e male a entrambe le mani: alla destra perché ha subito il trattamento laser (ma non avevamo detto che la mano la vogliamo lasciare rossa? Non stavamo scherzando!), alla sinistra perché ha l’ago cannula inserito nel polso e gli dà fastidio/fa male.

Adesso posso osservarlo meglio: il trattamento sembra essere andato meglio della volta precedente: non ci sono ematomi troppo estesi ma segni diffusi e distribuiti in modo uniforme sul braccio e sul petto. Questa volta non dovrebbero esserci strascichi troppo dolorosi.

Le infermiere ci hanno lasciato il ghiaccio da mettere sugli ematomi, ma Cosimo preferisce il bruciore del trattamento al freddo del ghiaccio. Lo preferisce sempre, non siamo stupiti.

Cerco di distrarlo con un paio di sorprese che avevo portato per cercare di compensare le brutte sensazioni di questa giornata.

Traccheggio un po’, gioco, mimo i due giochi che ancora non ho tirato fuori, un po’ mi pare si stia rilassando ma comunque vince l’impazienza e adesso vuole solo vedere cosa ho portato..

Speravo di calmarlo ma mi sembra si stia solo innervosendo nuovamente.

Allora cedo e poso sul letto i due giochi nuovi: un gorilla guerriero mutante (wow!) e un drago feroce dei ghiacci. Un po’ mi secca dirlo, ma quei due pezzi di plastica inanimata riescono a calmarlo e a distrarlo più velocemente di quanto sia riuscito a fare io.

Gli ultimi strascichi di nervosismo svaniscono. Anche il dolore alle mani sembra meno fastidioso. Con la calma ritrovata riusciamo anche a farlo andare in bagno per controllare se la vescica funziona correttamente.

Sembra di sì, può finalmente bere.
E anche io.

Le infermiere passano a controllare come procede il risveglio e quando vedono che tutto sembra tornato alla normalità portano il pranzo.

Sembrano conoscere i gusti di Cosimo: pasta in bianco e patate lesse.
Non si può chiedere di meglio.

Concluso il pranzo (che l’ho aiutato a finire) ancora un paio di visite, qualche domanda, il controllo dei valori e finalmente si può togliere il fastidioso ago cannula e lasciare l’ospedale.

Prima di andare salutiamo Sabrina e i suoi genitori. Lei sembra reduce da un incontro di boxe, ma non ha perso il suo sorriso. Le sorridiamo anche noi e finalmente ci dirigiamo verso l’ascensore e poi verso il parcheggio.

Dopo sette ore dal nostro ingresso lasciamo il Gaslini.

Adesso tappa obbligatoria: Boccadasse.

Fatichiamo un po’ a trovare parcheggio e il tempo non è neppure troppo buono: piove e tira vento, ma dopo noi andiamo sempre a tirare i sassi a Boccadasse e non saranno due gocce di pioggia a fermarci.

Prima di arrivare in spiaggia ci prendiamo due bei gelati e un pezzo della tipica focaccia genovese, poi si va in spiaggia.

Adesso Cosimo può sfogare sulle onde tutta la tensione e le frustrazioni accumulate nelle ore precedenti: va alla ricerca dei sassi più grossi, quelli che quasi fatica a sollevare, ma in quello sforzo, in quel gesto c’è tutta la sua liberazione e così quei grossi sassi non sembrano poi così pesanti, e le mani non fanno più male, e la pelle non brucia.
Cosimo non sta a sentire nessuno, ci sono soltanto lui, le onde e i sassi.

Dopo circa mezz’ora di lanci sembra essere soddisfatto.
Così lasciamo Boccadasse.
Appena seduto in macchina Cosimo si addormenta.
Arrivati in via Buozzi lo lasciamo dormire ancora un po’, tanto dobbiamo anche cercare di trovare parcheggio.

Lasciata la macchina mi carico Cosimo sulle spalle e lo porto, cercando di non svegliarlo, in camera. Posato sul letto dischiude appena gli occhi. Gli togliamo giubbotto e scarpe e lo lasciamo dormire un po’. Ne ha bisogno.

Lo lasciamo dormire un’oretta poi andiamo a mangiare qualcosa “da nonna Rosaria”.

Torniamo in camera e cominciamo la “trafila” serale con applicazione di Gentalyn e Cicalfate.

Adesso andiamo tutti a letto. Ne abbiamo bisogno. Ci addormentiamo velocemente.

Risveglio tre. Camera del B&B.

Ho fatto una lunga dormita. Non ho sonno, ma mi sento comunque stanco, come se il giorno prima avessi fatto una lunga corsa.
Facciamo colazione (questa mattina possiamo!), salutiamo la padrona di casa e lasciamo il grosso dei bagagli in macchina: c’è ancora un po’ di tempo da poter spendere in città.

Decidiamo di dare un’occhiata al Museo del Mare e al Sottomarino Nazario Sauro.

Incredibilmente in tutti questi anni non li avevamo ancora visti.

Il museo è veramente grande, ma noi un po’ siamo stanchi e un po’ abbiamo voglia di tornare a casa e qualcosa lo vediamo in maniera frettolosa e qualcos’altro lo saltiamo del tutto. Magari il prossimo anno recuperiamo quello che abbiamo saltato.

Facciamo il giro all’interno del sottomarino e io ringrazio il caschetto che ci hanno dato e che ho picchiato più volte qua e là durante la visita.

Rimane il tempo per un panino, un caffè e un gelato e torniamo, questa volta più velocemente, a recuperare la macchina.

Adesso abbiamo proprio voglia tornare a casa dove nonni e zii ci aspettano per sentire i nostri racconti di lamantini, serpenti e per vedere le nostre cicatrici che, sulla strada di casa, fanno già meno male.

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