A noi, il Piccolo Tiranno ed io, non è che dispiaccia andare in giro, anzi, siamo curiosi e non ci stanchiamo mai di vedere cose nuove. Però dopo una settimana intensa di asilo e scuola di inglese e piscina eccetera, ecco, stare un po’ a casina nostra a giocare ai nostri giochi preferiti non ci dispiace affatto.
La mamma invece no, la mamma in casa ci sta stretta.
Però quando fa freddo e fa buio presto anche lei si impigrisce, e tranne sporadici eventi al chiuso, finiamo per spendere i pomeriggi liberi fra le mura di casa.
Ma quando le giornate si scaldano e si allungano, allora la mamma non perde occasione per organizzare gite e scampagnate.
E siccome noi siamo sfaticati ma riconosciamo e apprezziamo gli sforzi altrui, un po’ mugugnamo, un po’ brontoliamo, un po’ facciamo il broncio, ma poi alla fine ci diamo sempre una smossa e finiamo con l’affrontare con entusiasmo le “esperienze” che ci organizza la mamma.
Così si parte: macchina, treno, anche un po’ di passeggino e via, Firenze, Bologna, Firenze, un museo di qua, una fondazione della scienza di là, ci leviamo i giubbotti, gli zaini e via ad esplorare le sale: davanti a noi troviamo resti di creature antiche, più vecchie delle città e dell’uomo come lo conosciamo ora: tigri dai denti a sciabola, Pietro il mammut, alto come una casa, e perfino un diplodoco che è così grande, ma così grande che in una foto sola tutto non c’entra.
Abbiamo visto una collezione impressionante, davvero impressionante, di animali imbalsamati: io a dire il vero ero un po’ dispiaciuto nel vedere tutte quelle povere bestie morte, ma il Piccolo Tiranno se era dispiaciuto non lo dava a vedere: affrontava ogni teca con stupore e meraviglia e scattava foto con la sua macchina fotografica.
“Guarda questo! Guarda quest’altro! Babbo vieni qui! Mamma guarda!”
Molte foto poi alla fine sono venute mosse, ma che volete: in certe occasioni è difficile stare fermi tanto tempo a fissare un soggetto solo: ci vorrebbero tre teste come quelle di Cerbero e cento occhi per testa come quelli di Argo per vedere tutto con calma, ma invece le cose da vedere erano tante e ogni secondo speso per vederne una ti sembra rubato alla successiva, così si scatta come viene, senza stare tanto a rifletterci e poi si passa a altro.
Al terzo piano del Museo di Zoologia di Bologna c’era lo scheletro di un capodoglio, che come stazza e grandezza poteva benissimo gareggiare con il diplodoco del museo Capellini, però poi alla fine mi sa che vince il Dilpodoco, che però non può nulla contro Godzilla e il Grande Mazinga.
Alla Fondazione Scienza e Tecnica di Firenze siamo stati in una sala dove ci hanno fatti viaggiare fra le stelle: abbiamo visto i pianeti e le costellazioni, la grande orsa con la sua coda, e ci siamo avvicinati così tanto che il carro non era più un carro, perché gli giravamo intorno e allora il disegno cambiava.
Il Piccolo Tiranno continua ad avere un debole per le corse dietro ai piccioni e va matto per le piazze dove si possa farlo correndo e urlando a squarciagola, ma quando poi siamo nei musei sa essere attento e curioso e a noi piace vederlo scrutare le cose con quella luce negli occhi.
Ed è con quella luce che poi, una volta a casa, racconta quello che ha visto a nonni e zii, ed una volta tanto sono loro che stanno ad ascoltare e a fare domande, e se anche non è chiaro se lo stupore nei loro occhi sia per il racconto o per l’enfasi con cui viene raccontato, anche le stanze di casa si riempiono di quegli animali e quelle creature, quelle creature che abbiamo lasciato là, in quelle stanze un po’ magiche, dove speriamo che ancora per molti anni riusciranno a far illuminare gli occhi di Piccoli Tiranni curiosi.

(Cosimo mentre fotografa “Pietro” il mammut)