Primo lustro. Gli anni spensierati.

Non so cosa stesse rimuginando l’altra sera il Piccolo Tiranno. Era lunedì diciotto.
L’ultimo giorno dei suoi quattro anni.

Noi genitori stavamo rimettendo a posto le stoviglie della cena e riordinando un po’ la casa prima di andare a letto.
Lui tardava a rientrare, se ne stava in giardino.

Non sentendolo giocare sono uscito a vedere cosa stesse facendo.

L’ho trovato sdraiato sull’erba a guardare nel vuoto, assorto nei suoi pensieri.

Mi sono avvicinando per capire meglio quello che stesse facendo, lui mi ha sentito avvicinare, allora mi ha fatto una faccia buffa, un po’ per giocare, un po’ per “nascondere” i suoi pensieri. Poi si è alzato e si è andato a sdraiare nuovamente in terra, un po’ più lontano.

Non avevo ancora ben chiaro quello che stesse facendo, così mi sono avvicinato ancora e lui si è spostato nuovamente.

Io mi avvicinavo e lui faceva quella faccia buffa, poi rideva e si allontanava.
Non voleva sembrare scontroso, ma dal suo sorriso traspariva ugualmente il bisogno della mia assenza. Non me lo diceva, ma io lo capivo lo stesso, così mi sono fermato a qualche passo da lui, sono rimasto lontano a guardarlo sdraiarsi in terra, poi sono tornato in casa e l’ho lasciato lì. Ancora non ho capito esattamente a fare cosa. Forse in qualche modo anche lui pensava al tempo che passa e che lo fa crescere un po’ ogni giorno.

I primi cinque anni sono passati.

Ripenso a quel fagotto paonazzo che scrutava con occhi attenti tutto quello che c’era nella sala parto, l’immagine si sfuoca e appare davanti a me questo ometto con la maglia di Hulk, sdraiato sull’erba, perso nei suoi pensieri.

Spero tanto che si goda questi anni, che nei miei ricordi associo al periodo più spensierato: gli anni degli amici che si gioca, si corre, si scherza e si litiga, magari ci si azzuffa anche un po’, magari si piange, ma poi comunque l’arrabbiatura passa in fretta e allora si ricomincia a giocare e non ci si pensa più.
Le lunghe giornate si riempiono di giochi e amici e il Sole di questi ultimi giorni di giugno accompagna questi ometti fino a l’ora di cena e quando te li ritrovi a tavola con la fronte sudata e le ginocchia sporche e sbucciate.

Prima di andare a letto qualche colpo di spugna e sapone cercano di far tornare bianche quelle gambe e mentre lo fai non capisci quale segno sia lo sporco e quale invece sia il livido; ogni sera quelle gambe sono più lunghe e più slanciate. Vedi quel Piccolo Tiranno ogni giorno più grande, ogni giorno un po’ meno ingenuo. Da egoista come sono vorrei tenerlo sempre così, sorridente, allegro e pieno di domande a cui in qualche modo so rispondere, con occhi pronti a sognare mentre la sua fantasia dà vita ai miei racconti di mostri, supereroi e robot.

Quando mi viene voglia lo sollevo di peso e lo abbraccio forte e poi lo lancio per aria e lo riprendo al volo e lo riempio di baci, e lui ride, e con gli occhi che ridono mi chiede di lanciarlo in aria ancora, e poi ancora (“Ancoa!” Ti ricordi?), ché lasciarsi cadere è bello quando si sa che c’è qualcuno che ci afferra al volo.

Il Sole adesso è tramontato e dalla porta finestra di camera entra un po’ del bagliore dei lampioni e qualche timida ventata di aria fresca.

Il Piccolo Tiranno è pulito e impigiamato. In mano ha uno dei suoi giochi preferiti, o comunque quello preferito di questa serata. La sua testa è appoggiata alla mia spalla e il mio braccio lo circonda. Nella camera da letto si diffondono le luci e i suoni delle avventure dei suoi (dei nostri!) eroi. Il suo sguardo è attento, il mio è un po’ più stanco, di tanto in tanto chiudo gli occhi. Tra poco spegniamo la televisione ché domani c’è scuola, anche se sono gli ultimi giorni.
Il tempo passa anche questa sera, come ogni sera, ma in punta di piedi. Cerca di non fare rumore, come per non disturbarci. Senza dare nell’occhio un quattro diventa un cinque. Sonnecchio, tra un ruggito di Bular e l’altro, e mi sento, almeno per stasera, anche io, un po’ spensierato.

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